Algorithmic Composition for Classical Guitar Equipped with Pickup MIDI
 

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 Il repertorio: un ecosistema in evoluzione

 

Parlare di repertorio per chitarra MIDI significa innanzi tutto parlare di scrittura — e questo costituisce il punto di partenza irrinunciabile. La chitarra MIDI non rappresenta semplicemente uno strumento tradizionale a cui viene aggiunta tecnologia, ma un nuovo soggetto compositivo che ridefinisce il rapporto tra esecutore, partitura ed elaborazione del suono. Ogni opera di questo repertorio implica scelte radicali sulla collocazione del suono: nel corpo della chitarra, nella macchina, nell’algoritmo oppure nella rete di relazioni che connette questi elementi.

 Prima di entrare nel repertorio propriamente detto, è utile ricordare alcune esperienze che precedono o affiancano la chitarra MIDI in senso stretto e che ne chiariscono il contesto estetico e tecnologico. Pat Metheny non ha utilizzato propriamente una chitarra MIDI, ma il suo rapporto con la sintesi — paradigmatico nell’album Offramp (1982) — mostra come la chitarra potesse già dialogare con mondi sonori sintetici, ricercando timbri non ottenibili con le sole corde. Ancor più direttamente, John McLaughlin ha esplorato il pickup esafonico Roland G-303, integrandolo in un linguaggio improvvisativo che fondeva la voce della chitarra con quella del sintetizzatore: non una sostituzione del suono strumentale, ma una vera integrazione timbrica. Va precisato che entrambi operano nell'ambito della chitarra elettrica, in un contesto stilistico distante da quello della chitarra classica che è il riferimento principale di questo capitolo
 

 Il repertorio con devices dedicati

Le prime esperienze compositive con la chitarra MIDI si sviluppano attraverso dispositivi fisici dedicati — expander, moduli multitimbrici e sintetizzatori hardware — che diventano veri interlocutori dello strumento. In questo contesto va segnalata la figura di Arnaud Dumond, certamente tra i primi pionieri della chitarra classica MIDI, che a partire dal 1992, in collaborazione con Francis Faber, ha costruito un percorso compositivo sistematico. Tra le opere emblematiche di questa fase si possono ricordare i Tres fragmentos di José Augusto Mannis (1992) e le composizioni di Maurizio Pisati, che esplorano le possibilità timbriche offerte dai sintetizzatori dell’epoca come estensione organica della voce chitarristica.
In ambito americano, Tod Machover con Bug-Mudra (1990) rappresenta un caso particolarmente significativo: la chitarra viene inserita in un sistema iperstrumentale nel quale il gesto esecutivo genera trasformazioni del suono in tempo reale, anticipando problematiche che diventeranno centrali nel decennio successivo. Il tratto comune di questa prima stagione è il fascino — e al tempo stesso la sfida — di timbri sintetici inediti, non producibili acusticamente dalla chitarra tradizionale, ma resi accessibili attraverso la conversione MIDI, aprendo così uno spazio estetico radicalmente nuovo.

 
J.A.Mannis, Tres fragmentos, (1992)

 

Il repertorio con software

 Con l’integrazione nei software — Csound, Max/MSP e sistemi ibridi — il repertorio cambia profondamente natura. Non si tratta più soltanto di ampliare il suono della chitarra, ma di costruire ambienti interattivi nei quali lo strumento diventa parte di un ecosistema più complesso.
Gabriele Maldonado ha sviluppato una integrazione sistematica con Csound — attraverso strumenti come Direct Csound e il sistema VMCI — esplorando il paradigma dell’interattività in modo rigoroso (analizzato in dettaglio in Bianchini-Cipriani, Il suono virtuale, p. 493). Opere come Uncontrolled 2 mostrano come il MIDI possa diventare un linguaggio di mediazione tra gesto e processo, e non più una semplice traduzione delle altezze.
Di particolare interesse è anche la composizione di Stefano Petrarca, Il Giardino Goldbach, che integra Csound e Max/MSP in una struttura nella quale la chitarra non suona semplicemente “con” il computer, ma attraverso di esso. In questo caso il sistema digitale non si limita a reagire al gesto strumentale, ma contribuisce direttamente alla generazione e trasformazione del materiale musicale.

 

Un ecosistema in evoluzione

Da questo panorama emerge chiaramente che il repertorio MIDI per chitarra non è mai stato statico. La traiettoria evolutiva conduce dalle macchine dedicate — caratterizzate da forte fisicità e vincoli hardware — verso software sempre più flessibili, fino alle possibilità contemporanee, nelle quali il MIDI non serve più soltanto a imitare o estendere il suono, ma a definire relazioni tra esecutore, algoritmo, partitura e struttura temporale.

Un riferimento utile per comprendere questa dimensione relazionale proviene da un dominio vicino: il pianoforte. Il Disklavier con controllo MIDI — esplorato da compositori come Jean-Claude Risset — mostra come lo stesso principio possa trasformare uno strumento acustico in un interlocutore autonomo, capace di rispondere, anticipare e memorizzare processi musicali. La chitarra MIDI partecipa della medesima logica e può essere interpretata non soltanto come uno strumento, ma come un sistema.
Il repertorio rimane dunque inevitabilmente in evoluzione. Ogni opera citata meriterebbe un approfondimento specifico relativo alle soluzioni tecniche adottate, alle scelte estetiche e al rapporto con la tradizione chitarristica. Tuttavia, un filo comune emerge con chiarezza: la progressiva trasformazione della chitarra MIDI da semplice estensione timbrica a sistema relazionale complesso. In questo contesto, la scrittura non riguarda più esclusivamente note, articolazioni o processi di sintesi, ma la progettazione delle relazioni tra gesto strumentale, algoritmo, risposta del sistema e organizzazione temporale del suono.

Opere per chitarra MID I  »